Doctor Who 50th Anniversary Special – “The Day of the Doctor” (by Steven Moffat)

Speciale profondamente celebrativo. Moffat lascia un poco da parte le sue meravigliose svalvolate temporali-filosofiche e si concentra maggiormente Immaginesulla figura del Doctor. Regalandoci un vero e proprio tributo d’amore. Epicità, sentimento, humor, tutto in un unico episodio da 90 minuti.

La trama di per sè non mi ha particolarmente colpito, mi aspettavo molto di più. A compensare ci pensano però i dialoghi e le bellissime interazioni fra le rigenerazioni passate del Dottore. Il ritorno di Tennant (la mia versione preferita) è, in questo senso, gestito benissimo e l’introduzione delwarrior doctor interpretato da John Hurt calza a pennello con le atmosfere create da Moffat.

Ho particolarmente amato la scena della prigione, il momento in cui Ten e Eleven si mettono a discutere sul rivelare o non rivelare il futuro dell’una e dell’altra rigenerazione. Ma soprattutto mi hanno veramente fatto sbavare di meravigliosa gioia la comparsata di Capaldi (mi sono alzato di scatto e ho scagliato il telecomando contro il muro…urlando come un forsennato: “Sìììì cazzo!”) e la reunion dei Doctors sullo sfondo di Gallifrey.
Commovente la scena finale in cui Eleven incontra Four e non lo riconosce.

Insomma siamo ai 50 anni e Doctor Who (ahimè, io sono giovane e l’ho conosciuto solo nel 2005) ancora non demorde. Continua a incantare, meravigliare e a raccontare con teatralità e Immagineun pizzico di humor la grande fantasia che sta dietro ognuno di noi. Nonché il senso ultimo della vita di ognuno di noi: ritrovare la strada di casa.

 

 

Grazie Moffat. Grazie BBC. E grazie a tutti coloro che hanno preso parte a questo incredibile progetto.

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The Walking Dead 4×01 – 30 Days Without an Accident

Sinceramente, chi ha criticato questo episodio: che cosa sta cercando in The Walking Dead?

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Gimple riapre alla grande. Poche balle :metal:. Già con la terza stagione Mazzara era riuscito a fare un ottimo lavoro, pareggiando i conti con gli errori dell’era Darabont e dando nuova linfa alla serie. Quello che mancava, che ancora mancava, come sottolineato da Kirkman in una recente intervista, era unamaggior coesione fra storia, zombi e personaggi. Il grande difetto di The Walking Dead, sin dalla sua prima messa in onda, era proprio la difficoltà da parte degli autori di trovare un punto di contatto e di equilibrio fra il lato survival, mystery della serie e i suoi personaggi. Non posso non riconoscere una certa fatica da parte mia, proprio per questo ovvio motivo, a riuscire a provare empatia per i protagonisti, spesso poco più che semplici macchiette sullo sfondo di un mondo post-apocalittico.

Bè, secondo me qui Gimble ha vinto alla grande! La premiere è si “tranquilla” (fino ad un certo punto poi), ma riesce laddove tanti altri episodi avevano fallito: mettere in scena l’uomo, il sopravvissuto, alle prese con le assurdità di un mondo che ha perso qualsiasi logica e punto di riferimento.Per quanto possibile, il lavoro fatto in questa singola puntata, risulta persino migliore di quanto fatto nella bellissima terza stagione. Ma cos’è che mi fa dire questo? Tante cose, prime fra tutte l’attenzione per i ritmi narrativi e la scrittura dei dialoghi. Finalmente, e ripeto FINALMENTE, abbiamo situazioni equilibrate. Non si passano più 45 minuti filati all’interno di una fattoria o nelle strade deserte di una qualsivoglia città per parlare del più e del meno. No! Finalmente abbiamo un minimo di coerenza. Finalmente abbiamo una serie dove sì, ci si concentra sui momenti maggiormente intimi e introspettivi, ma che non si Immaginevergogna di concedersi 10 minuti abbondanti di scazzottate e inseguimenti (in questo senso: geniale l’idea degli zombi che piovono dal cielo!), perchè in fondo…stiamo pur sempre parlando di una serie zombi.

Per quanto mi riguarda questa quarta stagione è quindi partita alla grande, regalandoci momenti adrenalinici, accompagnati da altri maggiormente focalizzati sui personaggi. I dialoghi sono belli, ma belli belli e, strano a dirsi, soprattutto quelli fra Hershel e Rick. E anche il lato mystery non è affatto male. 
La curiosità e tanta, le domande sono tante, e io non vedo l’ora di vedere come Gimble porterà avanti la stagione perchè finalmente, posso dirlo, abbiamo un prodotto in grado di avvicinarsi alla sua controparte cartacea.

Voto: 8

Ormai la seconda stagione è solo un lontano ricordo.

 

P.S.: Nessuno si è chiesto che fine abbia fatto costui (eheh)?

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“Revolution” – Born in the U.S.A. (2X01)

Eric Kripke is awake

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Una delle serie della passata stagione che più aveva destato interesse e curiosità era senz’altro Revolution. Plot accattivante, seppur non originale, nomi di richiamo, come Giancarlo Esposito e Billy Burke, e una penna fra gli autori niente male: Eric Kripke.
Come tutti sanno è bastato un solo episodio perchè la speranza di vedere il sorgere di un nuovo, grande serial precipitasse inesorabilmente nella delusione. Revolution era partito nel peggiore dei modi, cattive interpretazioni, trame inconsistenti e troppi, troppi momenti involontariamente trash. Anche il suo ritorno in mid season, che aveva rinnovato ancora una volta le nostre speranze, non è stato abbastanza perchè le singhiozzanti (e imbarazzanti) svolte (o “non svolte”) narrative della prima parte di stagione venissero dimenticate. Le situazioni al limite del verosimile e le incongruenze ancora primeggiavano a capo del serial, senza lasciare spazio ad una qualsivoglia via di uscita. Persino gli attori parevano stanchi e fiacchi delle sceneggiature. Insomma….un disastro.

Quindi, che è successo?

Revolution è tornato. O forse sarebbe meglio dire Revolution…E’ INIZIATO. Perchè questa premiere è una delle migliori cose che si siano viste nell’ultimo anno su una rete broadcast
Eh sì, molti di voi non ci crederanno, lo rifiuteranno, ma questo primo episodio è DANNATAMENTE bello. Vuoi l’influenza del nuovo showrunner (Rocke S. O’ Bannon), vuoi un rinnovato interesse da parte del pubblico per la serie, vuoi…un risveglio di Eric Kripke (uno dei migliori autori della nuova generazione), comunque sia Revolution è (ri)partito alla grande. 
ImmagineInnanzitutto gli attori…non sono più cani, e quando intendo GLI ATTORI, intendo TUTTI gli attori, perchè sì, anche la Spyr…o come cacchio si chiama, è finalmente accettabile (hanno trovato il ruolo che fa per lei, se avete capito cosa intendo). Per non parlare poi di Burke e di Esposito. Devono essere rimasti veramente sorpresi dalla sceneggiatura di questo episodio perchè hanno messo quel poco di impegno in più per risollevarsi dall’indifferenza totale dei 20 episodi della passata stagione.
Aaron è un personaggio più interessante e variegato, e anche Rachel risulta accattivante, debole e sprovvista della conoscenza e della speranza che per anni la avevano salvata dalle torture di Monroe.

La storia poi è bella, molto bella, come lo sono i presupposti per il futuro di questa stagione. Tante nuove storyline e tanti, tantissimi nuovi personaggi (il padre di Rachel già mi piace un casino). I toni, come promesso dallo stesso Kripke al ComicCon di quest’anno sono, sono più cupi, le tematiche più adulte. Si parla di disperazione, di malattia e di rabbia. Nonchè di patriottismo, tema portante della serie, e delle ambedue facce della sua stessa medaglia. Immagine

Questo Revolution è molto più sporco, più rock (bellissime le musiche) e più fumettistico. Perchè era questo il problema della passata stagione, la volontà, tragica e inesorabile, di volersi prendere troppo sul serio, a qualunque costo. Ma in un serial di Kripke questo è un errore imperdonabile.

Il mondo è diverso, i personaggi sono diversi, la scrittura è diversa. Ma la miglior notizia è che Revolution è diverso. Un nuovo ed elettrizzante show da seguire assolutamente. Con la speranza che possa continuare a sorprendere come in questo episodio.

“Kon Tiki” di Joachim Rønning e Espen Sandberg

Già trasportata sul grande schermo nel 1950, vincendo pure un oscar come miglior documentario dell’anno, l’avventura dell’equipaggio del Kon Tiki rivive in un film potente e d’impatto, che vi farà sognare la grande epica del cinema del passato e la magnificenza delle grandi imprese umane.Immagine

Thor, esploratore e antropologo norvegese, è un uomo dall’indole inquieta e, anche a costo di sacrificare il suo matrimonio, vuole realizzare a tutti i costi il sogno di affrontare l’oceano Pacifico a bordo di una zattera, il Kon-Tiki. Dimostrando così che la colonizzazione della Polinesia poteva essere avvenuta, in epoca precolombiana, da popolazioni del Sud America. Insieme a cinque fedeli amici, Thor parte all’avventura e segue un’antica rotta di oltre 4300 miglia, durante la quale scopre che la più grande forza della natura è quella di sopravvivenza. Attaccati dagli squali, da onde gigantesche e dalle mille insidie dell’oceano, i sei uomini faranno di tutto pur di poter toccare nuovamente terra. 

Ispirato ad un fatto realmente accaduto, il film si muove attraverso gli stilemi classici del genere, strizzando però più volte l’occhio ai temi cardine descritti nel libro di Thor Heyerdahl. Fede, uomo e natura, sopravvivenza sono i punti centrali della pellicola, vere e proprie motivazioni dell’epopea narrata da Joachim Rønning e Espen Sandberg. Il duo preferisce non infarcire il film di colpi di scena o influenze hollywoodiane, ma piuttosto Immagineseguire una storia fluida, accesa dai pericoli del mare e della ragione, regalando così un grande affresco sul coraggio e la perseveranza umane. 

La bellezza di “Kon Tiki” risiede proprio nella sua tensione primitiva, nella capacità di sorprenderci con la forza del sapere, della curiosità. Lo spettatore è protagonista della sete di conoscenza dei protagonisti e assieme a loro si trova a vivere le insidie di un mondo antico e meraviglioso. Quanto pericoloso e sconosciuto. Il mare, per tutta la durata della pellicola, segue le azioni dell’equipaggio della zattera, sussultando alle loro scelte e increspandosi alle loro preoccupazioni. Scorrendo silenzioso al ritmo dei loro cuori.

Il Kon Tiki non è il racconto di un eroe, nè il mito di un impresa impossibile. Semplicemente il ricordo di una scelta, di un agire umano. Vivo nelle correnti del mare in cui scorre, racchiuso per sempre nel mistero del sapere.

Joachim Rønning e Espen Sandberg dirigono un grande film con maestria e profondità epica, aiutati da una fotografia vivace e colorata e da una colonna sonora degna del registro dei migliori Zimmer e Horner.

Voto: 8,5/10

“L’uomo d’Acciaio” di Zack Snyder

Dopo Batman è arrivato il turno di dare il benvenuto ad un altro grande personaggio DC: Superman! Finalmente protagonista di un film degno del suo nome che non mancherà di emozionare grandi e piccini.

 

Zack Snyder riporta nelle sale uno degli eroi americani più amato e idolatrato, e allo stesso tempo, più odiato e bistrattato di sempre. Un supereroe rognoso, atipico eImmagine “poco umano” per molti. Il cui essere “invincibile” lo avvicina, a conti fatti, più ad un dio che ad un comune mortale, negandone così verosimiglianza e empatia.

Una difficile operazione quindi, volta a ricreare un personaggio pur rispettandone i canoni e le origini del passato, cercando un equilibrio fra il nuovo e il vecchio, il cartaceo originale e la saga cinematografica. Un’operazione che, soprattutto grazie al talentuoso realismo di Nolan (qui in veste di produttore) e ai vezzi visionari di Snyder, riesce pienamente, trionfando proprio laddove tanti suoi predecessori avevano fallito.

Azzerata l’ironia dei film precedenti, L’uomo d’acciaio si presenta da subito con toni spiccatamente “dark” e seriosi, in contrasto certo son il supereroe per famiglie di Donner e Singer, ma più vicino alla profondità narrativa dei fumetti e all’indirizzo dato da Nolan nella sua trilogia del Cavaliere oscuro.

Kal-El è finalmente un EROE, ma prima di tutto un essere umano, allevato sulla Terra da Jonathan e Martha Kent dopo essere stato salvato dalla distruzione del suo pianeta natale: KryptonImmagine (vivo di una ricostruzione in CGI meravigliosa, che farà sbavare i fan più accaniti). Accudito e cresciuto nel Kansas con una rigida disciplina morale, tipica delle famiglie dell’America più profonda, imparerà ad affinare i suoi sensi, i suoi poteri, ma soprattutto a capire quale posizione riveste nel mondo. Come reagirebbero le persone se dovessero scoprire della sua esistenza? Sarebbero pronte ad accettarne la rivelazione? Quali sconvolgimenti porterebbe a livello scientifico? Politico?

In un vortice di sequenze meravigliose, forti di un montaggio “sporco” e disincantato, arriviamo così a un Clark vagabondo, in cerca di sé stesso e di uno scopo. La verità, verrà trovata nella voce del padre biologico, Joer-El, che ricorderà al figlio quanto sia importante il suo agire sulla Terra, quanto valore abbiano le sue scelte. Quanto sia decisivo il suo rivelarsi, per permettere alle genti di ogni parte del mondo di seguirlo e unirsi con lui in un annuncio di speranza (voluti i riferimenti cristologici) e fratellanza.

Un Superman “globale” quindi, come annunciato dallo stesso Snyder in precedenza, che avrà a che fare con minacce, di conseguenza, “globali”. Qui incarnate nell’esercito del temibile Generale Zod, soldato di Krypton, bandito dal pianeta (poco prima che venisse distrutto) per aver tentato un colpo di stato e aver ucciso il padre di Clark, Joer-El. Rispettando la parola data ha viaggiato ininterrottamente per l’universo alla ricerca di Kal e di un nuovo sistema da poter colonizzare, giungendo così sulla Terra.

Un Superman dai toni molto epici, che non si risparmia scazzottate e battaglie spettacolari. Un Superman più aggressivo, arrabbiato, che forse farà storcere il naso a molti, ma che inevitabilmente conquisterà molto di più per la sua componente umana. Merito soprattutto di una sceneggiatura (molto fumettistica vorrei precisare) fresca e originale e di interpreti coi contro coglioni, come Russel Crowe, Kevin Costner, Michael Shannon e, non ultimo, Henry Cavill, perfettamente adagiato nella parte dell’uomo d’acciaio.

Un film non perfetto, è chiaro, ma il film di Superman NECESSARIO. In grado di stabilire un punto di contatto fra due diverse generazioni di fan. Un film in grado di rivitalizzare un franchise per troppo tempo rimasto nell’ombra e snaturato da interpretazioni poco apprezzate.

Vista la tanta carne al fuco e la velocità degli eventi con cui viene narrata la storia, pare che Goyer e Snyder abbiano voluto incanalare (nel migliore dei modi ripeto) tutto il potenziale derivato da una saga come questa in un prodottImmagineo della durata di due ore e mezze. Lasciando la promessa di un più attento sviluppo per i prossimi sequel.

Un biglietto da visita, forse. Ma che lascia ben sperare per il nuovo indirizzo della DC.

Voto: 8,5

 

P.s.: In barba alla MARVEL e alle sue facilonerie hollywoodiane.

“La Grande Bellezza” di Paolo Sorrentino

Il dopo-d’annunzio del 2000, l’edonista alla soglia dei 70….l’uomo alla ricerca di un senso di sè. Questo è il nuovo film di Sorrentino, un’allucinante epopea di suoni e echi di sogni infranti, non rispettati,Immagine un viaggio felliniano nei luoghi onirici della vecchiaia, del decadimento, fisico e spirituale. Tutto narrato attraverso gli occhi di Jep Gambarella, ex scrittore e giornalista di una rivista di cultura. Arrivato a Roma a 26 anni con tante prospettive e, forse, in cerca di uno slancio artistico, si lascia trasportare dalle nefandezze mondane dei salotti borghesi, dimenticando, un poco per volta, di ascoltare la sua voce e, soprattutto, quella del suo passato, nel film incarnato dal viso di una giovane fanciulla con la quale ebbe una storia d’amore.
Ora che il futuro è il presente, che il sogno è…reale, i 65 anni di Jep paiono sempre più lo scherzo di un illusionista, l’ombra di un ghigno malefico. E a questo non c’è via di fuga perchè, guarda caso, il destino ha già agito. Possiamo rimanere invisibili, camminare e vivere nel silenzio dell’anima….ma sarà sempre e solo un trucco, una verità celata da una menzogna.

Qual’è la soluzione allora? Come uscire dal chiacchiericcio costante di questa vita affollata? 

Sorrentino prova a rispondere a questa domanda, ironizzando sul ruolo della fede nella chiesa e sulle guide spirituali, e dando voce alla bocca malata e ferita di una suora di 104 anni, la quale ricorderà a Jep che il disincanto può essere tale solo se si accetterà la grande bellezza. E dove sta la grande bellezza? Nelle radici, nelle parole e nelle forme antiche, lasciate alle spalle per affrontare un presente illusorio e ingannevole.Immagine

Servillo si conferma uno dei più grandi attori italiani viventi. Molto Mastroianni, ma anche molto…Servillo. Sorrentino sempre più curato, fluido, quasi un Malick all’europea, ma mosso da interrogativi ben più fieri e vicini all’uomo qualunque.

Perfetto.

“Oblivion” di Joseph Kosisnki

Opera tanto attesa, Oblivion delude in parte le aspettative.

Il secondo film di Kosinski è un frullato di idee non originali, ma di sicuro effetto emotivo e visivo. Se infatti è presto chiaro che che il punto di forza della pellicola non è la trama, questa trova un degno sostituto nell’apparato tecnico-registico, frutto di un lavoro approfondito e particolareggiato. Ancora più che in Tron: Legacy, Kosinski spinge l’acceleratore su effetti speciali e scene d’azione. Insaporendo il kaHc2gUltutto con una sorprendente colonna sonora (degli M83, in questo caso). Peccato che questo non basti…

Il film inciampa più volte nel già visto e nello stereotipo, creando situazioni profondamente surreali piene di Deus Ex. E questo non va bene, sopratutto per un prodotto di fantascienza. Bene i richiami alle migliori pellicole di genere degli anni ’70, come Il Pianeta delle Scimmie o La Fuga di Logan, bene la ricostruzione storica degli eventi precedenti all’azione mostrata nel film, peccato per i colpi di scena, telefonati e vuoti, rischiano di rimanere lì fissi, sullo schermo, senza trasmettere il ben ché minimo senso di novità.

Insomma, il film vede un’ottima prima parte, arricchita con spettacolari scene d’azione e di combattimento (vedi l’inseguimento presso le rovine di New York), e una seconda parte invece più sottotono, forse ancorata in un citazionismo alle volte troppo forzato. Oblivion starring Tom CruiseCerto è che immagini come quella della casa delle nuvole o dei macchinari che succhiano le risorse naturali della Terra segnano un grande ritorno alla fantascienza più classica, con una nuova attenzione verso un genere così bistrattato e dimenticato.

Voto: 7/10

P.s.: Il finale è veramente bruttino.