“Shame” di Steve McQueen

Brandon è un uomo d’affari trentacinquenne dipendente dal sesso, che vive a New York City. La difficoltà a controllare e gestire le sue pulsioni sessuali, che sfoga con incontri occasionali, frequentazione di prostitute e continue masturbazioni, lo porta a condurre una vita solitaria. Solo l’arrivo in città della sorella minore, l’insicura Sissy, potrebbe spezzare la sua ossessione, permettendo a Brandon di prendere il controllo della propria vita.

Già nel 2004 con 9 Songs di Michael Winterbottom e nel 1972 con Ultimo tango a Parigi di Bertolucci il cinema aveva tentato di indagare con claustrofobica e razionale freddezza, nel primo caso, e esasperata eroticità, nel secondo caso, il complesso intreccio sessualità-solitudine. Shame ritorna un pò sui passi dei suoi Immaginecelebri (quanto criticati) predecessori riproponendone la formula ma con sviluppi e forme rinnovate. Merito anche dell’accoppiata McQueen/Fassbender, che dopo il bellissimo Hunger ritorna nelle sale con un film immenso, potente, in grado di toccare con poesia temi quali la vergogna (appunto “shame” dal titolo) e il dolore umano. Non c’è speranza nel film del regista inglese più volte premiato a Cannes, non c’è via d’uscita. L’uomo è ormai un essere degenerato, infimo, sporco, che rifugia la sua intelligenza nell’adesione al solo istinto. Assistiamo quindi ad un gesto di codardia, di auto-alienazione; alienazione da una società fredda e vuota quanto lo sono le sue forme e i suoi colori, i cui figli vivono la loro solitudine esplorandone le vergogne e le bassezze. 

McQueen è abile nel descrivere il cammino del suo protagonista, ritraendone le sofferenti tendenze e degenrazioni, senza mai fornirci un dato certo sull’elemento scatenante del delirio sessuale di Brandon. Non sappiamo nulla del suo passato, tutto è lasciato implicitamente all’immaginazione dello spettatore, che ha modo, attraverso il morboso e violento rapporto con la sorella, di delineare quelli che potrebbero essere certi passaggi rimasti (volutamente) oscuri nella pellicola.

Fassbender rende perfettamente (qualcuno lo dubitava?) il suo personaggio, mostrandocene le paure e le angosciose esigenze attraverso uno sguardo caldo, sensuale, eppure…malato. Attraverso i suoi sorrisi e le sue lacrime è espresso con maestria lo sconcImmagineerto di un uomo consapevole del suo inferno. Perchè è questo che Shame è: una discesa dantesca nel girone più buio dell’inferno. Fra orgie, masturbazioni e altre scene di sesso esplicito, lo spettatore vive il terrore di quest’uomo e ne rifiuta la verità, l’inaspettata umanità. Per timore. Eppure, è sicuro e speranzoso che potrebbe esserci una risalita, una redenzione. Ci sarà mai una rivincita alle stelle e alla luce? Non ci è dato saperlo, certo è che il gesto estremo compiuto da Sissy nel pre-finale lascia indubbia la volontà di resurrezione di Brandon. Che affaticato e appesantito dal suo stesso animale interiore stringe disperato a sè le vesti e il corpo insanguinati della sorella.

Se in Ultimo tango a Parigi, la via d’uscita da tutto questo nichilismo era espressa in termini di indagine interiore, in Shame è accesa dall’arrivo di un’amica, di una vicina, la cui inadeguatezza e fragilità riaccendono ciò che di umano è rimasto. Emblematica è la scena finale che, collegandosi direttamente all’inizio del film, rivolta la situazione, mostrandoci un Brandon forse non più succube delle sue allucinanti tentazioni, un Brandon…forse in grado di rimettersi in gioco e liberarsi del suo passato.

Voto: 9,5/10 

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