“Oblivion” di Joseph Kosisnki

Opera tanto attesa, Oblivion delude in parte le aspettative.

Il secondo film di Kosinski è un frullato di idee non originali, ma di sicuro effetto emotivo e visivo. Se infatti è presto chiaro che che il punto di forza della pellicola non è la trama, questa trova un degno sostituto nell’apparato tecnico-registico, frutto di un lavoro approfondito e particolareggiato. Ancora più che in Tron: Legacy, Kosinski spinge l’acceleratore su effetti speciali e scene d’azione. Insaporendo il kaHc2gUltutto con una sorprendente colonna sonora (degli M83, in questo caso). Peccato che questo non basti…

Il film inciampa più volte nel già visto e nello stereotipo, creando situazioni profondamente surreali piene di Deus Ex. E questo non va bene, sopratutto per un prodotto di fantascienza. Bene i richiami alle migliori pellicole di genere degli anni ’70, come Il Pianeta delle Scimmie o La Fuga di Logan, bene la ricostruzione storica degli eventi precedenti all’azione mostrata nel film, peccato per i colpi di scena, telefonati e vuoti, rischiano di rimanere lì fissi, sullo schermo, senza trasmettere il ben ché minimo senso di novità.

Insomma, il film vede un’ottima prima parte, arricchita con spettacolari scene d’azione e di combattimento (vedi l’inseguimento presso le rovine di New York), e una seconda parte invece più sottotono, forse ancorata in un citazionismo alle volte troppo forzato. Oblivion starring Tom CruiseCerto è che immagini come quella della casa delle nuvole o dei macchinari che succhiano le risorse naturali della Terra segnano un grande ritorno alla fantascienza più classica, con una nuova attenzione verso un genere così bistrattato e dimenticato.

Voto: 7/10

P.s.: Il finale è veramente bruttino.

“Howl – Urlo” di Rob Epstein e Jeffrey Friedman

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte, | che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz

Presentato in concorso al Sundance Film Festival e alla 60a edizione del Festival di Berlino, dove era in lizza per l’Orso d’oro, Howl vuole essere un finto documentario sul celebre processo avvenuto nel 1957 per discutere delle “oscenità” inserite nel poema di Ginsberg. La pellicola è in verità un prodotto sperimentale, costruito su tre differenti livelli narrativi: Il processo; la gioventù del poeta, dal suo incontro con Jack Kerouac alle sue furiose e fugaci Immaginepassioni amorose; la re-interpretazione, mediante l’uso di animazioni, del contenuto di Howl.

Peccato per il risultato, non completamente riuscito. Il film fatica a ingranare la marcia, probabilmente appesantito dalla mole di materiale che azzardatamente tentava di mostrare. Evidenti gli intrecci e parallelismi fra le varie linee narrative, ma altrettanto evidenti le difficoltà nel mantenerne alta l’attenzione dello spettatore, che più volte si ritroverà a sbadigliare negli 86 minuti (solo???? Mi sono parsi di più!) di durata.

James franco fa il suo lavoro, catturando l’anima di Ginsberg e mettendola al servizio di una sceneggiatura vuota e ripetitiva, che tenta più volte di riscattarsi con belle immagini da copertina ma rimanendo sempre saldamente ancorata alla tratta del vago e del già visto.

Ecco quindi una pellicola scialba per il pubblico non-americano, solo vagamente interessante per gli estimatori del periodo Beat. Ma nulla più. 

Voto: 5/10

“Il Pasto Nudo” di David Croneberg

Complesso, visionario, claustrofobico. 115 minuti nella mente di William Seward Burroughs, celebre autore americano esponente della Beat Poetry degli anni ’50. Croneberg infarcisce il film di scene provenienti dal romanzo omonimo e di citazioni della biografia dell’autore stesso, dando vita ad un mondo onirico, folle, popolato da creature raccapriccianti e situazioni al limite dell’inverosimile.

Burroughs, qui Bill Lee, si occupa di disinfestazioni di scarafaggi in una New York (Interzona nel film) sospesa fra l’allucinante e il grottesco realistico. Una New York dove tutto è determinato da visioni indecifrabili di un vissuto rimpianto, peccatore. Sospeso fra sogni e dorghe “inuImmaginesuali” Bill uccide involontariamente, replicando il Guglielmo Tell, la moglie. Questo evento da il via ad un viaggio immaginario in una Tangeri fittizia e (volutamente) artificiosa, riecheggiante di classici del noir e losche bande mafiose.

La storia di un uomo in cerca di sè stesso, in cerca di redenzione….in cerca di amore.

Peter Weller (RoboCop) interpreta il protagonista con molta libertà e profonda sensibilità. Mentre la sceneggiatura fa il suo lavoro al meglio, regalando echi del gusto Beat molto apprezzati e ricercati, proponendoci anche qualche comparsata degli amici Kerouac e Ginsberg.

Voto: 9/10