“The Grey” di Joe Carnahan

Robinson Crusoe incontra Leopardi. Cinema classico mischiato a poesia. 

Dopo la fortunata parentesi action, Liam Neeson ritorna in un film di Joe Carnahan, prodotto dai fratelli Scott e ispirato ad un racconto del noto aThe Greyutore Ian Mackenzie Jeffers.

Un gruppo di operai di una centrale petrolifera dell’Alaska si ritrova disperso, dopo un tragico incidente aereo, fra le montagna innevate del Nord. Sprovvisti di scorte alimentari e minacciati dal freddo, diventeranno ben presto facili prede di un branco di lupi.

La trama ricorderà vagamente, ai cultori del genere, film quali Alive (non a caso citato all’interno della pellicola) e Cast Away, prodotti non del tutto riusciti e tranquillamente trascurabili. Ma non ci si lasci trarre in inganno. Per quanto questo The Grey conservi per tutta la sua durata un’impronta survival-thriller, se ne discosta per scelte stilistiche in ben più di un’occasione, preferendo una struttura maggiormente intimista e psicologica.

Neeson interpreta un uomo di nome Ottway, un cacciatore di lupi stipendiato dalla compagnia petrolifera. Già dalle prime scene ci appare chiaro che non si tratta del tipico eroe impavido e pronto a tutto, stile indiana Jones o Willis, quanto più di un uomo, in tutta la vastità che tale nome lo rappresenta. Un marito, un’anima frammentata, inadatta al vivere comunitario, maledetta e destinata a soccombere sotto il peso del proprio dolore. Si ritroverà inevitabilmente a capeggiare il gruppo, composto per lo più da ex-galeotti e delinquenti, aiutandoli ad affrontare la minaccia con le uniche conoscenze di cui dispone. Ma Ottway non è un leader. La sua è una marcia da dannato, laconica, lenta, spaventata. Appare quindi più come un amico, un compagno, un ombra la cui immagine trova riflesso solo negli occhi minacciosi e affamati delle creature predatrici.

“Ancora una volta nella mischia. Nell’ultima vera battaglia che affronterò. Vivere e morire in questo giorno. Vivere e morire in questo giorno”. Con questi versi si inaugura il punto focale dell’intero film che riporta l’intera vicenda sotto una prospettiva tutta nuova. Se infatti nella prima parte Carnahan indugia maggiormente sui particolari truculenti e orrorifici della vicenda, nella seconda parte offre ampio spazio alle riflessioni del gruppo di fronte all’imminente prova che li aspetta, regalandoci così scene di rara intensità emotiva (vedi il dialogo intorno al fuco nella foresta) e cruciali per svelare la vera identità del film. I sopravvissuti, ridotti ad uno stadio primitivo, altamente primordiale, si ritrovano inconsapevolmente a ripercorre i passi evolutivi del genere umano. Attraverso la lotta tutta fisica, brutale, con un dominatore, un cacciatore, quale è il lupo, i protagonisti si fanno carichi dei ricordi delle vite a cui si sono sottratti, si interrogano sulla verità della fede e urlano contro un Dio che non può rispondere.                                                                                                                                           Riascoltando i versi sopra citati appare ancor più chiaro l’elemento predestinatorio che caratterizza il personaggio di Ottway. Il viaggio in Alaska, l’incidente erano tutti eventi necessari affinché il suo passato e il suo futuro potessero compiersi, trovaThe-Greyndo verità nelle parole scritte dal padre diversi anni prima. E’ attraverso esse che Ottway risponderà alla terribile assenza obbligata della moglie sperimentando il vivere e il morire come parti inscindibili della stessa strofa, della stessa sinfonia. E per quanto gli spettatori più superficiali insisteranno nel voler individuare una rimarcata componente atea alla base del film, la vera anima di The Grey sta nel domandarsi, nel porsi sotto un interrogativo, senza escludere o aggiungere nulla. Anzi, a voler essere pignoli, i continui riferimenti alla voce della moglie defunta, alla ritualità delle sue parole (“Non aver paura”) e la presenza di certe esortazioni (vedi l’ “aspettami” del primo defunto) sembrano voler riportare il tutto su un discorso di fede, sul piano di un Creatore silenzioso, che ha condiviso con noi il dono più grande, quello della vita, e quello della morte, nella loro infinita complicità e ciclicità. Il nostro essere terminali è parte della nostra naturale pulsione di vita, senza esso non saremmo desiderio, curiosità…amore.

Insomma, alla summa di tutto ciò che è stato detto vi sta il fatto che The Grey è una delle migliori sorprese del 2012, un film che trova una perfetta coesione poetica e che riprende l’uomo per quello che è, istinto e infinito.

Capolavoro.

Voto: 10/10

Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato

Cosa succede? Perchè mi vedo scendere una lacrima a fine proiezione? Cos’è che fa parlare tanto gli spettatori in sala?

Molto semplice, accade che il pluri        Lo-Hobbit-320x220 premiato regista della trilogia de “Il signore degli anelli” è riuscito a replicare con maestria il successo e la bellezza dell’opera tolkeniana, rifiutando certe limitazioni del romanzo e trasferendo le avventure di Bilbo Baggins sotto una nuova prospettiva. Se la trilogia dell’anello è un abile affresco sullo scontro fra le forze del bene e quelle del male, sulla speranza e sul dolore, sull’amicizia e la brama di un potere oscuro e lontano, questo “Lo Hobbit”, narra sì un’avventura epica ed emozionante, ma maggiormente fiabesca, pervasa da quel senso di nostalgia e fugace innocenza che tanto ricorda l’infanzia. Non a caso si predilige una regia più luminosa, maggiormente grottesca nel ritrarre le azioni dei protagonisti e estremamente scorrevole nel trasportare gli sviluppi narrativi. C’è più comicità e l’estetica stessa del film (vedi i nani) risulta maggiormente fantasiosa, quasi fumettistica.
Da questa prima visione appare quanto mai corretta la decisione del regista di frammentare l’opera originale in tre tronchi, ideali per approfondire in modo adeguato e profondo i tanti temi inaugurati da Tolkien. Insomma Jackson si guadagna ancora una volta piena fiducia per il suo lavoro e totale adesione alla sua prospettiva sull’universo della Terra di Mezzo.

Un applauso per Martin Freeman, che interpreta meravigliosamente un Bilbo più giovane, ancora inconsapevole del male che affronterà e delle insidie che troverà lungo il cammino. E un ulteriore applauso ad Howard Shore che ancora una volta riesce a regalarci un indimenticabile e valorosa colonna sonora, citandosi e reinventandosi in splendidi temi.
Ritorna tutta la magnificenza della Terra di Mezzo, ritornano i canti antichi e ritorna Gandalf. Si ritorna nella contea, a casa di un celebre Hobbit pronti per lasciarsi accompagnare per questa nuova d emozionante avventura.

Voto: 9/10 (Molto apprezzato anche il 3D, veramente efficace)