“Howl – Urlo” di Rob Epstein e Jeffrey Friedman

Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia, affamate nude isteriche, trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa, hipsters dal capo d’angelo ardenti per l’antico contatto celeste con la dinamo stellata nel macchinario della notte, | che in miseria e stracci e occhi infossati stavano su partiti a fumare nel buio soprannaturale di soffitte a acqua fredda fluttuando sulle cime delle città contemplando jazz

Presentato in concorso al Sundance Film Festival e alla 60a edizione del Festival di Berlino, dove era in lizza per l’Orso d’oro, Howl vuole essere un finto documentario sul celebre processo avvenuto nel 1957 per discutere delle “oscenità” inserite nel poema di Ginsberg. La pellicola è in verità un prodotto sperimentale, costruito su tre differenti livelli narrativi: Il processo; la gioventù del poeta, dal suo incontro con Jack Kerouac alle sue furiose e fugaci Immaginepassioni amorose; la re-interpretazione, mediante l’uso di animazioni, del contenuto di Howl.

Peccato per il risultato, non completamente riuscito. Il film fatica a ingranare la marcia, probabilmente appesantito dalla mole di materiale che azzardatamente tentava di mostrare. Evidenti gli intrecci e parallelismi fra le varie linee narrative, ma altrettanto evidenti le difficoltà nel mantenerne alta l’attenzione dello spettatore, che più volte si ritroverà a sbadigliare negli 86 minuti (solo???? Mi sono parsi di più!) di durata.

James franco fa il suo lavoro, catturando l’anima di Ginsberg e mettendola al servizio di una sceneggiatura vuota e ripetitiva, che tenta più volte di riscattarsi con belle immagini da copertina ma rimanendo sempre saldamente ancorata alla tratta del vago e del già visto.

Ecco quindi una pellicola scialba per il pubblico non-americano, solo vagamente interessante per gli estimatori del periodo Beat. Ma nulla più. 

Voto: 5/10

“Il Pasto Nudo” di David Croneberg

Complesso, visionario, claustrofobico. 115 minuti nella mente di William Seward Burroughs, celebre autore americano esponente della Beat Poetry degli anni ’50. Croneberg infarcisce il film di scene provenienti dal romanzo omonimo e di citazioni della biografia dell’autore stesso, dando vita ad un mondo onirico, folle, popolato da creature raccapriccianti e situazioni al limite dell’inverosimile.

Burroughs, qui Bill Lee, si occupa di disinfestazioni di scarafaggi in una New York (Interzona nel film) sospesa fra l’allucinante e il grottesco realistico. Una New York dove tutto è determinato da visioni indecifrabili di un vissuto rimpianto, peccatore. Sospeso fra sogni e dorghe “inuImmaginesuali” Bill uccide involontariamente, replicando il Guglielmo Tell, la moglie. Questo evento da il via ad un viaggio immaginario in una Tangeri fittizia e (volutamente) artificiosa, riecheggiante di classici del noir e losche bande mafiose.

La storia di un uomo in cerca di sè stesso, in cerca di redenzione….in cerca di amore.

Peter Weller (RoboCop) interpreta il protagonista con molta libertà e profonda sensibilità. Mentre la sceneggiatura fa il suo lavoro al meglio, regalando echi del gusto Beat molto apprezzati e ricercati, proponendoci anche qualche comparsata degli amici Kerouac e Ginsberg.

Voto: 9/10

“Shame” di Steve McQueen

Brandon è un uomo d’affari trentacinquenne dipendente dal sesso, che vive a New York City. La difficoltà a controllare e gestire le sue pulsioni sessuali, che sfoga con incontri occasionali, frequentazione di prostitute e continue masturbazioni, lo porta a condurre una vita solitaria. Solo l’arrivo in città della sorella minore, l’insicura Sissy, potrebbe spezzare la sua ossessione, permettendo a Brandon di prendere il controllo della propria vita.

Già nel 2004 con 9 Songs di Michael Winterbottom e nel 1972 con Ultimo tango a Parigi di Bertolucci il cinema aveva tentato di indagare con claustrofobica e razionale freddezza, nel primo caso, e esasperata eroticità, nel secondo caso, il complesso intreccio sessualità-solitudine. Shame ritorna un pò sui passi dei suoi Immaginecelebri (quanto criticati) predecessori riproponendone la formula ma con sviluppi e forme rinnovate. Merito anche dell’accoppiata McQueen/Fassbender, che dopo il bellissimo Hunger ritorna nelle sale con un film immenso, potente, in grado di toccare con poesia temi quali la vergogna (appunto “shame” dal titolo) e il dolore umano. Non c’è speranza nel film del regista inglese più volte premiato a Cannes, non c’è via d’uscita. L’uomo è ormai un essere degenerato, infimo, sporco, che rifugia la sua intelligenza nell’adesione al solo istinto. Assistiamo quindi ad un gesto di codardia, di auto-alienazione; alienazione da una società fredda e vuota quanto lo sono le sue forme e i suoi colori, i cui figli vivono la loro solitudine esplorandone le vergogne e le bassezze. 

McQueen è abile nel descrivere il cammino del suo protagonista, ritraendone le sofferenti tendenze e degenrazioni, senza mai fornirci un dato certo sull’elemento scatenante del delirio sessuale di Brandon. Non sappiamo nulla del suo passato, tutto è lasciato implicitamente all’immaginazione dello spettatore, che ha modo, attraverso il morboso e violento rapporto con la sorella, di delineare quelli che potrebbero essere certi passaggi rimasti (volutamente) oscuri nella pellicola.

Fassbender rende perfettamente (qualcuno lo dubitava?) il suo personaggio, mostrandocene le paure e le angosciose esigenze attraverso uno sguardo caldo, sensuale, eppure…malato. Attraverso i suoi sorrisi e le sue lacrime è espresso con maestria lo sconcImmagineerto di un uomo consapevole del suo inferno. Perchè è questo che Shame è: una discesa dantesca nel girone più buio dell’inferno. Fra orgie, masturbazioni e altre scene di sesso esplicito, lo spettatore vive il terrore di quest’uomo e ne rifiuta la verità, l’inaspettata umanità. Per timore. Eppure, è sicuro e speranzoso che potrebbe esserci una risalita, una redenzione. Ci sarà mai una rivincita alle stelle e alla luce? Non ci è dato saperlo, certo è che il gesto estremo compiuto da Sissy nel pre-finale lascia indubbia la volontà di resurrezione di Brandon. Che affaticato e appesantito dal suo stesso animale interiore stringe disperato a sè le vesti e il corpo insanguinati della sorella.

Se in Ultimo tango a Parigi, la via d’uscita da tutto questo nichilismo era espressa in termini di indagine interiore, in Shame è accesa dall’arrivo di un’amica, di una vicina, la cui inadeguatezza e fragilità riaccendono ciò che di umano è rimasto. Emblematica è la scena finale che, collegandosi direttamente all’inizio del film, rivolta la situazione, mostrandoci un Brandon forse non più succube delle sue allucinanti tentazioni, un Brandon…forse in grado di rimettersi in gioco e liberarsi del suo passato.

Voto: 9,5/10 

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“Vita di Pi” di Ang Lee

Era un compito difficile quello di trasportare il romanzo di Yann Martel uscito nel 2001. La narrazione profondamente fiabesca, quasi metafisica, finalizzata allo studio della fede e della psicologia, aveva rappresentato per molti registi un insormontabile ostacolo. Questo fino a quando, nel 2011, Ang Lee non ricevette semaforo verde per il progetto. E chi meglio di lui avrebbe potuto raffigurare il racconto epico e avventuroso di Piscine Molitor Patel, dei suoi 200 giorni passati da disperso nell’oceano pacifico, con solo una tigre a fargli da compagnia? Il regista taiwanese ha dimostrato una rara delicatezza nello sviluppare archi narrativi di particolare fattura, I segreti di Brokeback Mountain La tigre e il dragone ne sono un esempio lampante, eImmagine ancor più ha dato prova di estrema versatilità. Quindi la scelta di metterlo a capo del progetto risulta quanto mai azzeccata.

Piscine Molitor Patel (detto Pi) è nato e cresciuto in uno dei più bei luoghi del mondo, Pondicherry, in India, e già in giovane età si presenta come un ragazzo sveglio, sinceramente interessato a sviscerare gli elementi della realtà, alla continua ricerca di un Dio e di una fede. La sua famiglia è proprietaria di uno zoo nel centro del paese, ma in seguito a difficoltà economica e alla mancanza di finanziamenti, decide di traferire tutti gli animali in Canada. Il viaggio sarà lungo e durante una tempesta la loro imbarcazione subirà un terribile naufragio. A salvarsi sarà inevitabilmente Pi, insieme ad uno sparuto gruppo di animali. Fra questi una tigre, Richard Parker (chiamato scherzosamente così per un errore di carte).

Ang Lee sì è spesso dedicato di storie estremamente diverse fra loro, affrontandone ogni volta le difficoltà con coraggio e fermezza. Anche in questo caso la scelta del 3D risulta quanto mai azzeccata. Per non dire necessaria. Le immagini oniriche protagoniste del libro e gli splendidi paesaggi marini trovano nel mezzo stereoscopico forza e vitalità. L’atmosfera surreale dell’opera originale è resa nel migliore dei modi, grazie all’uso di una cromatica spettacolare e dei temi musicali di ImmagineDanna. Suraj Sharma, alla sua priva prova attoriale d’oltreoceano, dimostra di essere capace di gestire un personaggio estremamente variegato, affrontando una sfida difficilmente affrontabile anche dai più grandi di Hollywood. 

Il Time non ha saputo resistere nel definirlo “il nuovo Avatar“. Ma l’associazione risulta quanto mai forzata e incolore già dopo la prima visione. I due prodotti non differiscono solo dal punto di vista visivo, molto più incisivo nell’opera di Lee, ma anche da un punto di vista puramente narrativo. Se infatti il film di Cameron del 2009 era stato criticato soprattutto per i livelli semplicistici raggiunti dalla trama, quest’ultimo è forse beneficiato dalla bellissima sceneggiatura di David Magee.

Vita di Pi regala agli spettatori un intrattenimento sincero e naturale, forse un pò troppo lento nella prima parte, ma di sicuro riscatto nella seconda metà, fino ad un finale di forte ambiguità e spessore emotivo, che ridefinisce l’intera trama, trasportandola sotto una prospettiva tutta nuova, ritraendo il viaggio stesso sotto nuove, molteplici implicazioni, in un racconto che forse a Dio…non dispiacerebbe.

Voto: 8,5/10

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Fringe stagione 5 (fino all’episodio 5×09)

La sigla! La sigla è cambiata ancora una volta! E non solo…ad essere cambiato è Fringe stesso. Perciò non preoccupatevi, non avete scaricato un episodio sbagliato, non siete in una dimensione parallela. Il telefilm creato da J.J. Abrams è ritornato e con lui sono ritornati i nostri beneamati personaggi: Walter, Astrid, Olivia e Peter. Solo che ora ci troviamo…nel 2036!

Bene. Che succede? Dove eravamo rimasti? Ah, sì! A September che annunciava con testa e sguardo ricurvi che Loro sarebbero arrivati e al finale strappalacrime e (super)melenso fra Peter e Olivia, finalmente sposati e felici. Ma ragazzi, questo è Fringe, e come in Lost non può finire tutto rosa e fiori. Ed eccoci allora catapultati nel futuro (come già largamente anticipato nel bellissimo episodio Letters of Transit) con observers al comando delle principali nazioni e tante figure corrotte.

Nel corso dei primi sette episodi trasmessi si riprendono le redini di certe situazioni la160712_fringe_season_5_trailer_tsciate in sospeso nelle precedenti stagioni, quesi a volerci rassicurare che una certa organicità all’interno di questo telefilm forse c’è, al di là di exploit narrativi a volte non del tutto azzeccati. Si ricomincia a parlare di Bell, Weiss, universi paralleli e persino di Massyve Dynamic. Ritorna persino il fanciullo di Inner Child, e con lui vengono introdotti nuovi interessanti misteri che potrebbero rappresentare la chiave di volta dell’intero show (in primis il personaggio di Donald).

Se la quarta stagione aveva visto un lento declino nella sua seconda parte, che rimane forse una delle peggiori dell’intero arco narrativo (troppo statica e amareggiata per i bassi ascolti), con questa quinta stagione si ritorna a livelli qualitativamente molto alti (volendo fare un confronto si troverebbe a pari merito con terza) e a storie fresche ed originali. Complice il rinnovo finale lasciato in extremis dai direigenti fox, che ha permesso agli autori di seguire una nuova linea narrativa non più improntata sull’uso di una struttura episodica stile X-Files, ma maggiormente votata allo sviluppo della trama orizzontale. Si poteva chiedere di meglio? Gli autori stanno dando prova della loro bravura e della loro maestria nel gestire il bagaglio emotivo e mitologico di cui lo show è intriso, sviluppando i personaggi attraverso nuovi meccanismi relazionali, restando però fedeli a quella che è l’anima vera del prodotto. Ed è così che ritoviamo un Walter ancora una volta preda della sua intelligenza e un Peter pronto a tutto per vendicare la morte dell’amata figlia Etta (la cui morte aveva destato molti dubbi da parte dei fans), senza mai cadere nell’errore del già visto, trasportando tali fobie e sentimenti sotto una prospettiva tutta nuova, ampliando ancor più certi temi tanto cari ad Abrams, quali il rapporto padre-figlio e la ricerca di se stessi (esemplificativo è l’episodio Five-Twenty-Ten). 

Gli attori sono nuovamente una conferma, quest’anno più che mai. Infatti la scelta di prediligere uno sviluppo maggiormente intimista e psicologico offre la possibilità a figure del calibro di John Noble, Anna Torv e Joshua Jackson di regalarci le loro migliori performance. Merito anche dell’ottima regia e dell’uso delle splendide musiche.

Insomma c’è molta attesa per il series finale, in arrivo a gennaio, ma ho come la certezza che la fiducia che gli autori si sono guadagnati fino ad ora sarà ampiamente ricompensata. Certo è che farebbe piacere rivedere già dal prossimo episodio qualche rimando (per non dire soluzione) maggiormente concreto agli interrogativi delle passate stagioni. Basterà aspettare per vedere e conservare un pò di speranza, un pò come Walter, colto in auto ad osservare lo sbocciare di un fiore in una prima mattina d’autunno.

 

 

“The Grey” di Joe Carnahan

Robinson Crusoe incontra Leopardi. Cinema classico mischiato a poesia. 

Dopo la fortunata parentesi action, Liam Neeson ritorna in un film di Joe Carnahan, prodotto dai fratelli Scott e ispirato ad un racconto del noto aThe Greyutore Ian Mackenzie Jeffers.

Un gruppo di operai di una centrale petrolifera dell’Alaska si ritrova disperso, dopo un tragico incidente aereo, fra le montagna innevate del Nord. Sprovvisti di scorte alimentari e minacciati dal freddo, diventeranno ben presto facili prede di un branco di lupi.

La trama ricorderà vagamente, ai cultori del genere, film quali Alive (non a caso citato all’interno della pellicola) e Cast Away, prodotti non del tutto riusciti e tranquillamente trascurabili. Ma non ci si lasci trarre in inganno. Per quanto questo The Grey conservi per tutta la sua durata un’impronta survival-thriller, se ne discosta per scelte stilistiche in ben più di un’occasione, preferendo una struttura maggiormente intimista e psicologica.

Neeson interpreta un uomo di nome Ottway, un cacciatore di lupi stipendiato dalla compagnia petrolifera. Già dalle prime scene ci appare chiaro che non si tratta del tipico eroe impavido e pronto a tutto, stile indiana Jones o Willis, quanto più di un uomo, in tutta la vastità che tale nome lo rappresenta. Un marito, un’anima frammentata, inadatta al vivere comunitario, maledetta e destinata a soccombere sotto il peso del proprio dolore. Si ritroverà inevitabilmente a capeggiare il gruppo, composto per lo più da ex-galeotti e delinquenti, aiutandoli ad affrontare la minaccia con le uniche conoscenze di cui dispone. Ma Ottway non è un leader. La sua è una marcia da dannato, laconica, lenta, spaventata. Appare quindi più come un amico, un compagno, un ombra la cui immagine trova riflesso solo negli occhi minacciosi e affamati delle creature predatrici.

“Ancora una volta nella mischia. Nell’ultima vera battaglia che affronterò. Vivere e morire in questo giorno. Vivere e morire in questo giorno”. Con questi versi si inaugura il punto focale dell’intero film che riporta l’intera vicenda sotto una prospettiva tutta nuova. Se infatti nella prima parte Carnahan indugia maggiormente sui particolari truculenti e orrorifici della vicenda, nella seconda parte offre ampio spazio alle riflessioni del gruppo di fronte all’imminente prova che li aspetta, regalandoci così scene di rara intensità emotiva (vedi il dialogo intorno al fuco nella foresta) e cruciali per svelare la vera identità del film. I sopravvissuti, ridotti ad uno stadio primitivo, altamente primordiale, si ritrovano inconsapevolmente a ripercorre i passi evolutivi del genere umano. Attraverso la lotta tutta fisica, brutale, con un dominatore, un cacciatore, quale è il lupo, i protagonisti si fanno carichi dei ricordi delle vite a cui si sono sottratti, si interrogano sulla verità della fede e urlano contro un Dio che non può rispondere.                                                                                                                                           Riascoltando i versi sopra citati appare ancor più chiaro l’elemento predestinatorio che caratterizza il personaggio di Ottway. Il viaggio in Alaska, l’incidente erano tutti eventi necessari affinché il suo passato e il suo futuro potessero compiersi, trovaThe-Greyndo verità nelle parole scritte dal padre diversi anni prima. E’ attraverso esse che Ottway risponderà alla terribile assenza obbligata della moglie sperimentando il vivere e il morire come parti inscindibili della stessa strofa, della stessa sinfonia. E per quanto gli spettatori più superficiali insisteranno nel voler individuare una rimarcata componente atea alla base del film, la vera anima di The Grey sta nel domandarsi, nel porsi sotto un interrogativo, senza escludere o aggiungere nulla. Anzi, a voler essere pignoli, i continui riferimenti alla voce della moglie defunta, alla ritualità delle sue parole (“Non aver paura”) e la presenza di certe esortazioni (vedi l’ “aspettami” del primo defunto) sembrano voler riportare il tutto su un discorso di fede, sul piano di un Creatore silenzioso, che ha condiviso con noi il dono più grande, quello della vita, e quello della morte, nella loro infinita complicità e ciclicità. Il nostro essere terminali è parte della nostra naturale pulsione di vita, senza esso non saremmo desiderio, curiosità…amore.

Insomma, alla summa di tutto ciò che è stato detto vi sta il fatto che The Grey è una delle migliori sorprese del 2012, un film che trova una perfetta coesione poetica e che riprende l’uomo per quello che è, istinto e infinito.

Capolavoro.

Voto: 10/10

“L’albero della vita” di Darren Aronofsky

02“I nostri corpi sono prigioni per le nostre anime. Il sangue e la pelle non sono che le sbarre del nostro confine. Ma non dovete temere. La carne è destinata a decomporsi. La morte trasforma tutto in cenere e, così facendo, libera l’anima dal suo carceriere.”

Uscito nel 2006 e rivelatosi un flop al botteghino, “L’albero della vita” divise da subito pubblico e critica, per via del complesso intreccio narrativo e dei temi trattati, spesso attinenti ai testi biblici.

Il film si sviluppa seguendo il viaggio, prima tangibile, poi trascendentale, di uno scienziato, Tommy Creo, che tenta disperatamente di trovare una cura al cancro di sua moglie Lizzi, spingendosi oltre il tempo e lo spazio, attraverso i secoli e le stelle.

Partendo dal topos letterario della ricerca, dell’uomo in viaggio di maturità e conoscenza, Tommy incarnerà tre diversi personaggi, arrivando ad essere un astronauta del ventiseiesimo XXVI secolo e un soldato spagnolo del XVI secolo, tutti motivati a svelare quella verità che si cela nel mistero della morte. La sua imminenza, la sua imprevedibilità non trova confronto o risposta nella razionalità del protagonista, che ragiona per dogmi e formule chimiche. Ma le circostanze proveranno il suo stesso essere, metteimages (4)ndo in crisi ogni suo credo o certezza scientifica. Una bellissima scena, di rara intensità emotiva accompagnerà i momenti della scoperta di una cura al male di Lizzi agli ultimi secondi di vita di ella stessa, sola perché il marito chiamato in laboratorio a verificare i risultati del suo esperimento. L’uomo, guidato dalla forza del desiderio e dal , giace ai piedi dell’albero della vita, l’albero nascosto agli occhi di Adamo ed Eva, scacciati dall’eden. Si disseta alla sua fonte, aspirando alla vita eterna, negando alla morte qualsiasi significato o possibilità di dimostrazione.

Ora che nemmeno la cura al cancro può saziare il suo vuoto interiore, ecco allora che il protagonista dovrà accettare il verificarsi di una “fine” in modo da potersi un giorno ricongiungere alla donna tanto amata e lasciare così che anche la morte diventi parte integrante del nostro percorso in terra.

Un film consigliato e certamente meritevole di più visioni, dal messaggio sì complesso e nascosto, ma non per questo pretestuoso o riservato a pochi.

Voto: 8,5/10