“Kon Tiki” di Joachim Rønning e Espen Sandberg

Già trasportata sul grande schermo nel 1950, vincendo pure un oscar come miglior documentario dell’anno, l’avventura dell’equipaggio del Kon Tiki rivive in un film potente e d’impatto, che vi farà sognare la grande epica del cinema del passato e la magnificenza delle grandi imprese umane.Immagine

Thor, esploratore e antropologo norvegese, è un uomo dall’indole inquieta e, anche a costo di sacrificare il suo matrimonio, vuole realizzare a tutti i costi il sogno di affrontare l’oceano Pacifico a bordo di una zattera, il Kon-Tiki. Dimostrando così che la colonizzazione della Polinesia poteva essere avvenuta, in epoca precolombiana, da popolazioni del Sud America. Insieme a cinque fedeli amici, Thor parte all’avventura e segue un’antica rotta di oltre 4300 miglia, durante la quale scopre che la più grande forza della natura è quella di sopravvivenza. Attaccati dagli squali, da onde gigantesche e dalle mille insidie dell’oceano, i sei uomini faranno di tutto pur di poter toccare nuovamente terra. 

Ispirato ad un fatto realmente accaduto, il film si muove attraverso gli stilemi classici del genere, strizzando però più volte l’occhio ai temi cardine descritti nel libro di Thor Heyerdahl. Fede, uomo e natura, sopravvivenza sono i punti centrali della pellicola, vere e proprie motivazioni dell’epopea narrata da Joachim Rønning e Espen Sandberg. Il duo preferisce non infarcire il film di colpi di scena o influenze hollywoodiane, ma piuttosto Immagineseguire una storia fluida, accesa dai pericoli del mare e della ragione, regalando così un grande affresco sul coraggio e la perseveranza umane. 

La bellezza di “Kon Tiki” risiede proprio nella sua tensione primitiva, nella capacità di sorprenderci con la forza del sapere, della curiosità. Lo spettatore è protagonista della sete di conoscenza dei protagonisti e assieme a loro si trova a vivere le insidie di un mondo antico e meraviglioso. Quanto pericoloso e sconosciuto. Il mare, per tutta la durata della pellicola, segue le azioni dell’equipaggio della zattera, sussultando alle loro scelte e increspandosi alle loro preoccupazioni. Scorrendo silenzioso al ritmo dei loro cuori.

Il Kon Tiki non è il racconto di un eroe, nè il mito di un impresa impossibile. Semplicemente il ricordo di una scelta, di un agire umano. Vivo nelle correnti del mare in cui scorre, racchiuso per sempre nel mistero del sapere.

Joachim Rønning e Espen Sandberg dirigono un grande film con maestria e profondità epica, aiutati da una fotografia vivace e colorata e da una colonna sonora degna del registro dei migliori Zimmer e Horner.

Voto: 8,5/10

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“Vita di Pi” di Ang Lee

Era un compito difficile quello di trasportare il romanzo di Yann Martel uscito nel 2001. La narrazione profondamente fiabesca, quasi metafisica, finalizzata allo studio della fede e della psicologia, aveva rappresentato per molti registi un insormontabile ostacolo. Questo fino a quando, nel 2011, Ang Lee non ricevette semaforo verde per il progetto. E chi meglio di lui avrebbe potuto raffigurare il racconto epico e avventuroso di Piscine Molitor Patel, dei suoi 200 giorni passati da disperso nell’oceano pacifico, con solo una tigre a fargli da compagnia? Il regista taiwanese ha dimostrato una rara delicatezza nello sviluppare archi narrativi di particolare fattura, I segreti di Brokeback Mountain La tigre e il dragone ne sono un esempio lampante, eImmagine ancor più ha dato prova di estrema versatilità. Quindi la scelta di metterlo a capo del progetto risulta quanto mai azzeccata.

Piscine Molitor Patel (detto Pi) è nato e cresciuto in uno dei più bei luoghi del mondo, Pondicherry, in India, e già in giovane età si presenta come un ragazzo sveglio, sinceramente interessato a sviscerare gli elementi della realtà, alla continua ricerca di un Dio e di una fede. La sua famiglia è proprietaria di uno zoo nel centro del paese, ma in seguito a difficoltà economica e alla mancanza di finanziamenti, decide di traferire tutti gli animali in Canada. Il viaggio sarà lungo e durante una tempesta la loro imbarcazione subirà un terribile naufragio. A salvarsi sarà inevitabilmente Pi, insieme ad uno sparuto gruppo di animali. Fra questi una tigre, Richard Parker (chiamato scherzosamente così per un errore di carte).

Ang Lee sì è spesso dedicato di storie estremamente diverse fra loro, affrontandone ogni volta le difficoltà con coraggio e fermezza. Anche in questo caso la scelta del 3D risulta quanto mai azzeccata. Per non dire necessaria. Le immagini oniriche protagoniste del libro e gli splendidi paesaggi marini trovano nel mezzo stereoscopico forza e vitalità. L’atmosfera surreale dell’opera originale è resa nel migliore dei modi, grazie all’uso di una cromatica spettacolare e dei temi musicali di ImmagineDanna. Suraj Sharma, alla sua priva prova attoriale d’oltreoceano, dimostra di essere capace di gestire un personaggio estremamente variegato, affrontando una sfida difficilmente affrontabile anche dai più grandi di Hollywood. 

Il Time non ha saputo resistere nel definirlo “il nuovo Avatar“. Ma l’associazione risulta quanto mai forzata e incolore già dopo la prima visione. I due prodotti non differiscono solo dal punto di vista visivo, molto più incisivo nell’opera di Lee, ma anche da un punto di vista puramente narrativo. Se infatti il film di Cameron del 2009 era stato criticato soprattutto per i livelli semplicistici raggiunti dalla trama, quest’ultimo è forse beneficiato dalla bellissima sceneggiatura di David Magee.

Vita di Pi regala agli spettatori un intrattenimento sincero e naturale, forse un pò troppo lento nella prima parte, ma di sicuro riscatto nella seconda metà, fino ad un finale di forte ambiguità e spessore emotivo, che ridefinisce l’intera trama, trasportandola sotto una prospettiva tutta nuova, ritraendo il viaggio stesso sotto nuove, molteplici implicazioni, in un racconto che forse a Dio…non dispiacerebbe.

Voto: 8,5/10

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Fringe stagione 5 (fino all’episodio 5×09)

La sigla! La sigla è cambiata ancora una volta! E non solo…ad essere cambiato è Fringe stesso. Perciò non preoccupatevi, non avete scaricato un episodio sbagliato, non siete in una dimensione parallela. Il telefilm creato da J.J. Abrams è ritornato e con lui sono ritornati i nostri beneamati personaggi: Walter, Astrid, Olivia e Peter. Solo che ora ci troviamo…nel 2036!

Bene. Che succede? Dove eravamo rimasti? Ah, sì! A September che annunciava con testa e sguardo ricurvi che Loro sarebbero arrivati e al finale strappalacrime e (super)melenso fra Peter e Olivia, finalmente sposati e felici. Ma ragazzi, questo è Fringe, e come in Lost non può finire tutto rosa e fiori. Ed eccoci allora catapultati nel futuro (come già largamente anticipato nel bellissimo episodio Letters of Transit) con observers al comando delle principali nazioni e tante figure corrotte.

Nel corso dei primi sette episodi trasmessi si riprendono le redini di certe situazioni la160712_fringe_season_5_trailer_tsciate in sospeso nelle precedenti stagioni, quesi a volerci rassicurare che una certa organicità all’interno di questo telefilm forse c’è, al di là di exploit narrativi a volte non del tutto azzeccati. Si ricomincia a parlare di Bell, Weiss, universi paralleli e persino di Massyve Dynamic. Ritorna persino il fanciullo di Inner Child, e con lui vengono introdotti nuovi interessanti misteri che potrebbero rappresentare la chiave di volta dell’intero show (in primis il personaggio di Donald).

Se la quarta stagione aveva visto un lento declino nella sua seconda parte, che rimane forse una delle peggiori dell’intero arco narrativo (troppo statica e amareggiata per i bassi ascolti), con questa quinta stagione si ritorna a livelli qualitativamente molto alti (volendo fare un confronto si troverebbe a pari merito con terza) e a storie fresche ed originali. Complice il rinnovo finale lasciato in extremis dai direigenti fox, che ha permesso agli autori di seguire una nuova linea narrativa non più improntata sull’uso di una struttura episodica stile X-Files, ma maggiormente votata allo sviluppo della trama orizzontale. Si poteva chiedere di meglio? Gli autori stanno dando prova della loro bravura e della loro maestria nel gestire il bagaglio emotivo e mitologico di cui lo show è intriso, sviluppando i personaggi attraverso nuovi meccanismi relazionali, restando però fedeli a quella che è l’anima vera del prodotto. Ed è così che ritoviamo un Walter ancora una volta preda della sua intelligenza e un Peter pronto a tutto per vendicare la morte dell’amata figlia Etta (la cui morte aveva destato molti dubbi da parte dei fans), senza mai cadere nell’errore del già visto, trasportando tali fobie e sentimenti sotto una prospettiva tutta nuova, ampliando ancor più certi temi tanto cari ad Abrams, quali il rapporto padre-figlio e la ricerca di se stessi (esemplificativo è l’episodio Five-Twenty-Ten). 

Gli attori sono nuovamente una conferma, quest’anno più che mai. Infatti la scelta di prediligere uno sviluppo maggiormente intimista e psicologico offre la possibilità a figure del calibro di John Noble, Anna Torv e Joshua Jackson di regalarci le loro migliori performance. Merito anche dell’ottima regia e dell’uso delle splendide musiche.

Insomma c’è molta attesa per il series finale, in arrivo a gennaio, ma ho come la certezza che la fiducia che gli autori si sono guadagnati fino ad ora sarà ampiamente ricompensata. Certo è che farebbe piacere rivedere già dal prossimo episodio qualche rimando (per non dire soluzione) maggiormente concreto agli interrogativi delle passate stagioni. Basterà aspettare per vedere e conservare un pò di speranza, un pò come Walter, colto in auto ad osservare lo sbocciare di un fiore in una prima mattina d’autunno.

 

 

“The Grey” di Joe Carnahan

Robinson Crusoe incontra Leopardi. Cinema classico mischiato a poesia. 

Dopo la fortunata parentesi action, Liam Neeson ritorna in un film di Joe Carnahan, prodotto dai fratelli Scott e ispirato ad un racconto del noto aThe Greyutore Ian Mackenzie Jeffers.

Un gruppo di operai di una centrale petrolifera dell’Alaska si ritrova disperso, dopo un tragico incidente aereo, fra le montagna innevate del Nord. Sprovvisti di scorte alimentari e minacciati dal freddo, diventeranno ben presto facili prede di un branco di lupi.

La trama ricorderà vagamente, ai cultori del genere, film quali Alive (non a caso citato all’interno della pellicola) e Cast Away, prodotti non del tutto riusciti e tranquillamente trascurabili. Ma non ci si lasci trarre in inganno. Per quanto questo The Grey conservi per tutta la sua durata un’impronta survival-thriller, se ne discosta per scelte stilistiche in ben più di un’occasione, preferendo una struttura maggiormente intimista e psicologica.

Neeson interpreta un uomo di nome Ottway, un cacciatore di lupi stipendiato dalla compagnia petrolifera. Già dalle prime scene ci appare chiaro che non si tratta del tipico eroe impavido e pronto a tutto, stile indiana Jones o Willis, quanto più di un uomo, in tutta la vastità che tale nome lo rappresenta. Un marito, un’anima frammentata, inadatta al vivere comunitario, maledetta e destinata a soccombere sotto il peso del proprio dolore. Si ritroverà inevitabilmente a capeggiare il gruppo, composto per lo più da ex-galeotti e delinquenti, aiutandoli ad affrontare la minaccia con le uniche conoscenze di cui dispone. Ma Ottway non è un leader. La sua è una marcia da dannato, laconica, lenta, spaventata. Appare quindi più come un amico, un compagno, un ombra la cui immagine trova riflesso solo negli occhi minacciosi e affamati delle creature predatrici.

“Ancora una volta nella mischia. Nell’ultima vera battaglia che affronterò. Vivere e morire in questo giorno. Vivere e morire in questo giorno”. Con questi versi si inaugura il punto focale dell’intero film che riporta l’intera vicenda sotto una prospettiva tutta nuova. Se infatti nella prima parte Carnahan indugia maggiormente sui particolari truculenti e orrorifici della vicenda, nella seconda parte offre ampio spazio alle riflessioni del gruppo di fronte all’imminente prova che li aspetta, regalandoci così scene di rara intensità emotiva (vedi il dialogo intorno al fuco nella foresta) e cruciali per svelare la vera identità del film. I sopravvissuti, ridotti ad uno stadio primitivo, altamente primordiale, si ritrovano inconsapevolmente a ripercorre i passi evolutivi del genere umano. Attraverso la lotta tutta fisica, brutale, con un dominatore, un cacciatore, quale è il lupo, i protagonisti si fanno carichi dei ricordi delle vite a cui si sono sottratti, si interrogano sulla verità della fede e urlano contro un Dio che non può rispondere.                                                                                                                                           Riascoltando i versi sopra citati appare ancor più chiaro l’elemento predestinatorio che caratterizza il personaggio di Ottway. Il viaggio in Alaska, l’incidente erano tutti eventi necessari affinché il suo passato e il suo futuro potessero compiersi, trovaThe-Greyndo verità nelle parole scritte dal padre diversi anni prima. E’ attraverso esse che Ottway risponderà alla terribile assenza obbligata della moglie sperimentando il vivere e il morire come parti inscindibili della stessa strofa, della stessa sinfonia. E per quanto gli spettatori più superficiali insisteranno nel voler individuare una rimarcata componente atea alla base del film, la vera anima di The Grey sta nel domandarsi, nel porsi sotto un interrogativo, senza escludere o aggiungere nulla. Anzi, a voler essere pignoli, i continui riferimenti alla voce della moglie defunta, alla ritualità delle sue parole (“Non aver paura”) e la presenza di certe esortazioni (vedi l’ “aspettami” del primo defunto) sembrano voler riportare il tutto su un discorso di fede, sul piano di un Creatore silenzioso, che ha condiviso con noi il dono più grande, quello della vita, e quello della morte, nella loro infinita complicità e ciclicità. Il nostro essere terminali è parte della nostra naturale pulsione di vita, senza esso non saremmo desiderio, curiosità…amore.

Insomma, alla summa di tutto ciò che è stato detto vi sta il fatto che The Grey è una delle migliori sorprese del 2012, un film che trova una perfetta coesione poetica e che riprende l’uomo per quello che è, istinto e infinito.

Capolavoro.

Voto: 10/10

“L’albero della vita” di Darren Aronofsky

02“I nostri corpi sono prigioni per le nostre anime. Il sangue e la pelle non sono che le sbarre del nostro confine. Ma non dovete temere. La carne è destinata a decomporsi. La morte trasforma tutto in cenere e, così facendo, libera l’anima dal suo carceriere.”

Uscito nel 2006 e rivelatosi un flop al botteghino, “L’albero della vita” divise da subito pubblico e critica, per via del complesso intreccio narrativo e dei temi trattati, spesso attinenti ai testi biblici.

Il film si sviluppa seguendo il viaggio, prima tangibile, poi trascendentale, di uno scienziato, Tommy Creo, che tenta disperatamente di trovare una cura al cancro di sua moglie Lizzi, spingendosi oltre il tempo e lo spazio, attraverso i secoli e le stelle.

Partendo dal topos letterario della ricerca, dell’uomo in viaggio di maturità e conoscenza, Tommy incarnerà tre diversi personaggi, arrivando ad essere un astronauta del ventiseiesimo XXVI secolo e un soldato spagnolo del XVI secolo, tutti motivati a svelare quella verità che si cela nel mistero della morte. La sua imminenza, la sua imprevedibilità non trova confronto o risposta nella razionalità del protagonista, che ragiona per dogmi e formule chimiche. Ma le circostanze proveranno il suo stesso essere, metteimages (4)ndo in crisi ogni suo credo o certezza scientifica. Una bellissima scena, di rara intensità emotiva accompagnerà i momenti della scoperta di una cura al male di Lizzi agli ultimi secondi di vita di ella stessa, sola perché il marito chiamato in laboratorio a verificare i risultati del suo esperimento. L’uomo, guidato dalla forza del desiderio e dal , giace ai piedi dell’albero della vita, l’albero nascosto agli occhi di Adamo ed Eva, scacciati dall’eden. Si disseta alla sua fonte, aspirando alla vita eterna, negando alla morte qualsiasi significato o possibilità di dimostrazione.

Ora che nemmeno la cura al cancro può saziare il suo vuoto interiore, ecco allora che il protagonista dovrà accettare il verificarsi di una “fine” in modo da potersi un giorno ricongiungere alla donna tanto amata e lasciare così che anche la morte diventi parte integrante del nostro percorso in terra.

Un film consigliato e certamente meritevole di più visioni, dal messaggio sì complesso e nascosto, ma non per questo pretestuoso o riservato a pochi.

Voto: 8,5/10

Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato

Cosa succede? Perchè mi vedo scendere una lacrima a fine proiezione? Cos’è che fa parlare tanto gli spettatori in sala?

Molto semplice, accade che il pluri        Lo-Hobbit-320x220 premiato regista della trilogia de “Il signore degli anelli” è riuscito a replicare con maestria il successo e la bellezza dell’opera tolkeniana, rifiutando certe limitazioni del romanzo e trasferendo le avventure di Bilbo Baggins sotto una nuova prospettiva. Se la trilogia dell’anello è un abile affresco sullo scontro fra le forze del bene e quelle del male, sulla speranza e sul dolore, sull’amicizia e la brama di un potere oscuro e lontano, questo “Lo Hobbit”, narra sì un’avventura epica ed emozionante, ma maggiormente fiabesca, pervasa da quel senso di nostalgia e fugace innocenza che tanto ricorda l’infanzia. Non a caso si predilige una regia più luminosa, maggiormente grottesca nel ritrarre le azioni dei protagonisti e estremamente scorrevole nel trasportare gli sviluppi narrativi. C’è più comicità e l’estetica stessa del film (vedi i nani) risulta maggiormente fantasiosa, quasi fumettistica.
Da questa prima visione appare quanto mai corretta la decisione del regista di frammentare l’opera originale in tre tronchi, ideali per approfondire in modo adeguato e profondo i tanti temi inaugurati da Tolkien. Insomma Jackson si guadagna ancora una volta piena fiducia per il suo lavoro e totale adesione alla sua prospettiva sull’universo della Terra di Mezzo.

Un applauso per Martin Freeman, che interpreta meravigliosamente un Bilbo più giovane, ancora inconsapevole del male che affronterà e delle insidie che troverà lungo il cammino. E un ulteriore applauso ad Howard Shore che ancora una volta riesce a regalarci un indimenticabile e valorosa colonna sonora, citandosi e reinventandosi in splendidi temi.
Ritorna tutta la magnificenza della Terra di Mezzo, ritornano i canti antichi e ritorna Gandalf. Si ritorna nella contea, a casa di un celebre Hobbit pronti per lasciarsi accompagnare per questa nuova d emozionante avventura.

Voto: 9/10 (Molto apprezzato anche il 3D, veramente efficace)